Shadow AI: il rischio che hai già in casa

Anche se la tua azienda non ha mai adottato ufficialmente l’AI, quasi certamente i tuoi collaboratori la usano già, senza regole. Cosa comporta e come governarla.

Tullio LuongoCEO e co-founder di Plico

Shadow AI: il rischio che hai già in casa

Facciamo una prova. Prendi il collaboratore che ti scrive le mail più curate, o quello che prepara i preventivi in metà del tempo degli altri, e chiedigli come fa. C’è una probabilità molto alta che, un po’ imbarazzato, ti risponda che ogni tanto «si fa aiutare da ChatGPT». Non gliel’hai chiesto tu, non c’è una regola che glielo permetta, ma nemmeno una che glielo vieti. Lo fa perché funziona, e perché nessuno gli ha mai detto niente in proposito.

Se riconosci questa scena, non sei un’eccezione: sei la norma. Anche le aziende che non hanno mai firmato un contratto per uno strumento di intelligenza artificiale, che non hanno un «progetto AI» e magari nemmeno un responsabile IT, hanno l’AI dentro i propri processi già oggi. Solo che non lo sanno, o fanno finta di non saperlo. È entrata senza una decisione dell’azienda, portata dai collaboratori stessi, sui loro account personali e gratuiti.

Questo fenomeno ha un nome. I ricercatori del MIT lo chiamano «shadow AI economy»: l’economia sommersa dell’intelligenza artificiale. E i numeri con cui la descrivono dovrebbero far riflettere qualunque titolare. Secondo il rapporto State of AI in Business 2025 del MIT NANDA, in oltre il 90% delle aziende intervistate i dipendenti usano regolarmente strumenti di AI personali per lavoro, mentre solo il 40% delle aziende ha sottoscritto un abbonamento ufficiale (MIT NANDA, 2025). C’è un divario enorme tra quello che accade ogni giorno negli uffici e quello che le aziende hanno deciso, autorizzato e messo per iscritto. In quel divario si nascondono i rischi di cui parliamo qui.

Cosa significa «shadow AI», in concreto

La shadow AI è un fenomeno molto più ordinario di un attacco informatico, e proprio per questo più insidioso: persone in buona fede che usano strumenti utili per fare meglio il loro lavoro, senza che l’azienda abbia deciso nulla al riguardo. Il commerciale che incolla il listino in una chat per farsi riscrivere un’offerta. L’addetta all’amministrazione che chiede all’AI di riassumere un contratto. Il responsabile marketing che si fa generare i testi del prossimo volantino.

Nessuno di loro agisce con malizia. Anzi, cercano di essere più produttivi, spesso perché sanno che è quello che ti aspetti da loro. Il problema è che nessuno ha stabilito cosa si può fare, con quali strumenti e con quali dati. E quando non c’è una regola, ognuno decide da sé, in silenzio.

Dati fuori controllo

Questo è il rischio più immediato e più concreto. Quando un collaboratore usa un account personale e gratuito di un servizio di AI, quei servizi non offrono le stesse garanzie di una versione aziendale. Significa che listini, contratti, dati dei clienti, anagrafiche, condizioni commerciali riservate possono finire caricati su account su cui la tua azienda non ha alcuna garanzia contrattuale sul loro utilizzo.

Un esempio. Il tuo commerciale sta preparando un’offerta importante per un cliente. Per risparmiare tempo, incolla in chat il listino completo con tutti gli sconti riservati, aggiunge le condizioni che riservi solo ai clienti strategici, e chiede di trasformare il tutto in una proposta ben scritta. Ha risparmiato mezz’ora. Ma quei dati, le informazioni commerciali più riservate della tua azienda, sono usciti dal tuo perimetro e sono finiti su un account personale, gratuito, di cui non controlli nulla.

Non è uno scenario improbabile: è il gesto più comune per chi vuole lavorare in fretta. Ed è esattamente questo che lo rende pericoloso: non richiede cattiveria, richiede solo fretta e assenza di regole.

Qualità non verificata

Il secondo rischio è più sottile ma altrettanto costoso. L’AI produce testi convincenti, ben scritti, dal tono professionale. E proprio perché suonano bene, tendiamo a fidarci. Ma un testo ben scritto non è necessariamente un testo corretto.

Quando i collaboratori usano l’AI di nascosto, i testi e le analisi che genera entrano nelle comunicazioni ufficiali senza che nessuno ne risponda davvero. Una mail a un cliente, un preventivo, la descrizione di un prodotto, una risposta a un reclamo: se sono stati generati dall’AI e mandati senza un controllo consapevole, l’azienda si sta assumendo un rischio che non ha nemmeno deciso di correre.

Il punto non è che l’AI sbagli sempre. Il punto è che, senza un processo, non c’è nessuno che si prende la responsabilità di verificare. Il collaboratore pensa che il testo sia «dell’AI», quindi in un certo senso non del tutto suo. L’azienda non sa nemmeno che quel testo è stato generato così. E allora chi risponde di un numero sbagliato in un’offerta, di una promessa fatta a un cliente che non potete mantenere, di un dato inventato in una relazione? Quando l’uso è nell’ombra, la risposta è: nessuno. E «nessuno» è la risposta peggiore possibile.

Conformità a rischio

Il terzo rischio è quello che i titolari sottovalutano di più, perché sembra lontano e astratto finché non diventa un problema molto concreto. Le normative europee (a partire dal GDPR e ora anche dall’AI Act) chiedono alle aziende consapevolezza e regole d’uso su come vengono trattati i dati e su come viene usata l’intelligenza artificiale.

La frase chiave da tenere a mente è questa: «non sapevo che il team lo usasse» non è una difesa. Anzi, è quasi un’aggravante, perché dimostra che l’azienda non aveva il controllo di ciò che accadeva al suo interno. Il fatto che l’uso fosse informale, spontaneo, non autorizzato non ti solleva dalle responsabilità: sei comunque tu il titolare del trattamento dei dati dei tuoi clienti.

Questo significa che il rischio di conformità non riguarda solo chi ha «un progetto AI». Riguarda proprio chi non ce l’ha, perché è chi non ha deciso nulla a trovarsi più esposto. L’assenza di regole è un rischio che si accumula ogni giorno, in silenzio, sotto la tua responsabilità.

Riassumendo, ecco i tre modi in cui la shadow AI ti espone senza che tu te ne accorga:

  • Dati fuori controllo: informazioni riservate caricate su account personali senza garanzie contrattuali sul loro utilizzo.
  • Qualità non verificata: testi e analisi generati dall’AI che entrano nelle comunicazioni ufficiali senza che nessuno ne risponda.
  • Conformità a rischio: GDPR e AI Act chiedono regole e consapevolezza, e l’ignoranza di quello che fa il team non è una scusante.

Governare l’uso, invece di vietarlo

A questo punto la tentazione è forte e comprensibile: mando una circolare, vieto l’uso dell’AI, problema risolto. Purtroppo non funziona, e vale la pena capire perché prima di commettere l’errore.

Il divieto non elimina l’uso: lo sposta ancora più nell’ombra. I collaboratori che oggi usano l’AI lo fanno perché li aiuta a lavorare meglio. Se glielo vieti, non smetteranno: smetteranno di dirtelo. Continueranno a usarla sul telefono personale, sull’account di casa, lontano dai tuoi occhi. Avrai trasformato un problema che potevi vedere in un problema che non vedrai più. E tutti i rischi (dati, qualità, conformità) resteranno esattamente dov’erano, solo meno controllabili.

Il divieto non spegne la shadow AI: la rende soltanto più difficile da vedere. Ciò che non governi non smette di esistere, smette solo di essere sotto il tuo controllo.

La risposta giusta è opposta: portare l’uso alla luce e governarlo. Governare la shadow AI non richiede un grande progetto tecnologico né un investimento importante. Servono tre cose, tutte alla portata di una PMI:

  • Strumenti ufficiali in versione aziendale. Le versioni aziendali dell’AI offrono garanzie diverse sul trattamento dei dati rispetto agli account personali gratuiti. Dare al team gli strumenti giusti, invece di lasciare che ciascuno usi il proprio account privato, è il primo passo per riportare i dati dentro un perimetro controllato.
  • Un regolamento d’uso di una pagina. Non serve un regolamento di cinquanta pagine che nessuno leggerà. Serve un documento breve e chiaro: quali dati si possono inserire e quali no, quali strumenti usare, chi verifica i testi prima che escano dall’azienda. Una pagina che le persone leggono davvero vale più di un manuale che finisce in un cassetto.
  • Formazione di base. La maggior parte degli usi rischiosi nasce dal non sapere. Un collaboratore che capisce perché non deve incollare il listino in un account personale non lo farà più. Poche ore di formazione trasformano un’abitudine pericolosa in un’abitudine consapevole.

Il modo giusto di guardare a tutto questo è ribaltare la prospettiva. La shadow AI ti dice una cosa preziosa: i tuoi collaboratori vogliono già usare questi strumenti e ne traggono valore. La richiesta, dentro la tua azienda, esiste già. Governarla non significa frenare, significa indirizzare un uso già presente verso risultati che puoi vedere, misurare e migliorare. Un rischio che correvi senza saperlo diventa un vantaggio di cui, in buona parte, sostieni già il costo.

Questa è esattamente la logica con cui lavoriamo in Plico: non calare dall’alto strumenti che nessuno ha chiesto, ma partire da come le persone lavorano già, configurare l’AI sui vostri processi reali e affiancarle le regole e la formazione che trasformano l’uso spontaneo in un uso sicuro e produttivo.

Se leggendo questo articolo hai pensato «sì, probabilmente succede anche da noi», è il momento giusto per fare chiarezza. Puoi prenotare una call senza impegno: partiamo dalla tua situazione reale e capiamo insieme cosa sta già accadendo e come governarlo. E se prima vuoi farti un’idea con calma, trovi tutto spiegato passo passo nella nostra guida gratuita «La guida sull’AI per PMI». Meglio scoprire adesso, con serenità, cosa c’è già in casa, che scoprirlo il giorno in cui diventa un problema.

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