Un italiano su cinque usa l'AI: perché è un'occasione per le PMI
In Italia usa l'AI il 19,9% delle persone, contro il 32,7% della media europea. Nella fascia 45-64 anni si scende sotto il 17%. Cosa significa per chi guida una PMI.
Tullio LuongoCEO e co-founder di Plico

Nel 2025 il 19,9% delle persone tra 16 e 74 anni residenti in Italia ha usato l’intelligenza artificiale generativa nei tre mesi precedenti l’intervista. La media dell’Unione europea è il 32,7% (Eurostat, dati 2025, pubblicati a dicembre 2025 ed estratti a marzo 2026). L’Italia è penultima tra i ventisette paesi: sotto di noi c’è solo la Romania, con il 17,8%. In testa la Danimarca, con il 48,4%, seguita da Estonia (46,6%) e Malta (46,5%).
Detto in modo diretto: in Danimarca una persona su due ha aperto uno di questi strumenti negli ultimi tre mesi, in Italia una su cinque. È un divario di tredici punti sulla media europea, e non si spiega con il costo, perché le versioni base di Claude / ChatGPT sono gratuite, né con la disponibilità, perché sono raggiungibili da qualsiasi browser.
Per chi guida una piccola o media impresa questo numero è utile per capire due cose: cosa aspettarsi dai propri collaboratori, e quanto spazio è rimasto libero nel proprio settore.
Il numero da guardare è l’età, non la media
La media nazionale nasconde il dato che conta per un’azienda. Ecco la distribuzione italiana per fasce d’età (Eurostat, dati 2025):
- 16-24 anni: 47,2%
- 25-34 anni: 31,4%
- 35-44 anni: 21,6%
- 45-54 anni: 16,5%
- 55-64 anni: 10,1%
Ora sovrapponi questi numeri all’organigramma della tua azienda. Chi tiene l’amministrazione, chi prepara i preventivi, chi gestisce gli acquisti, chi risponde ai clienti da quindici anni: molto probabilmente ha tra i 45 e i 64 anni. In quella fascia usa l’AI tra una persona su sei e una su dieci.
La conseguenza pratica è precisa: nella tua azienda l’adozione spontanea non arriverà. Non c’è un numero sufficiente di persone che conosce già lo strumento, lo mostra ai colleghi e ne diffonde l’uso. Nelle aziende danesi o estoni quel meccanismo funziona, perché quasi una persona su due lo usa già nella vita privata. In Italia, statisticamente, il collega che potrebbe innescarlo non c’è.
Se una tecnologia non entra in azienda da sola, l’unico modo perché entri è che qualcuno decida di introdurla, scegliendo in quale processo e con quali persone.
Questo spiega anche perché tanti abbonamenti aziendali all’AI restano inutilizzati. Il titolare attiva le licenze, comunica al team che sono disponibili e si aspetta che vengano usate. Ma dare accesso a uno strumento che nessuno ha mai usato non è formazione: senza indicazioni su cosa farne, nessuno lo aprirà.
Perché gli italiani non la usano
L’indagine chiede anche il perché. Tra gli italiani che non hanno usato l’AI, le ragioni si distribuiscono così, con accanto il valore europeo (Istat ed Eurostat, dati 2025):
- non ne ha bisogno: 59,9% in Italia, 64% in Europa
- non sa usarla: 21,6% in Italia, 14% in Europa
- teme per la sicurezza o per i propri dati: 5,5% in Italia, 7% in Europa
- non sapeva che esistesse: 4,8% in Italia, 9% in Europa
La voce che distingue l’Italia è la seconda. Sul «non ne ho bisogno» siamo allineati all’Europa, e la preoccupazione per i dati da noi pesa meno che altrove. Quello che ci separa è il «non so usarla»: 21,6% contro 14%, una volta e mezza il valore europeo.
La barriera italiana, quindi, è la distanza tra lo strumento e il lavoro di chi dovrebbe usarlo: a queste persone nessuno ha mostrato quale problema della loro giornata risolve, e nessuno ha spiegato come si usa.
Per un’azienda significa individuare il caso d’uso giusto al proprio interno, con i suoi documenti, il suo gestionale e le sue abitudini, e poi insegnarlo a chi svolge quel lavoro ogni giorno. È un compito che richiede una consulenza e che uno strumento, da solo, non può svolgere.
Lo stesso ritardo si ritrova nelle imprese
Il quadro delle persone si riflette in quello delle aziende. Nel 2025 usa almeno una tecnologia di intelligenza artificiale il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti, contro una media europea del 20,0% (Istat ed Eurostat, dati 2025).
Dentro quel 16,4% la distanza per dimensione è la parte più significativa:
- imprese con almeno 250 addetti: 53,1%
- PMI, da 10 a 249 addetti: 15,7%
Una grande impresa su due la usa, una PMI su sei. Sono 37 punti di distanza, ed è uno dei pochi divari digitali italiani che si sta allargando invece di chiudersi: erano 20 punti nel 2023 e 25 nel 2024. Non perché le grandi abbiano strumenti diversi: usano gli stessi strumenti, a un costo per persona quasi identico. Hanno però una figura che in una PMI manca: una persona incaricata di seguire l’introduzione delle tecnologie nuove. In un’azienda da quindici persone quel ruolo spetta al titolare, che ha già altre dodici priorità.
Su questo divario tra grandi imprese e PMI abbiamo scritto un articolo dedicato, con i numeri della crescita anno su anno: il sorpasso silenzioso delle PMI italiane.
Perché un ritardo è una posizione favorevole
Il dato ha una conseguenza anche sul tuo mercato.
Se nel tuo settore ci sono cinque concorrenti della tua dimensione, i numeri dicono che quattro non stanno usando l’intelligenza artificiale in modo strutturato. Non stanno rispondendo ai clienti più in fretta di te, non stanno preparando preventivi in venti minuti invece di due ore, non stanno recuperando informazioni dai loro documenti in pochi secondi. Il ritardo italiano, che come paese è un problema, per la singola azienda che decide di muoversi ora è un vantaggio ancora disponibile.
Questo vantaggio ha però una scadenza, e la si legge nello stesso dato Eurostat. La fascia 16-24 anni in Italia è al 47,2%, più del doppio della media nazionale. Sono le persone che assumerai nei prossimi tre o quattro anni, e arriveranno in azienda dando per scontato l’uso di questi strumenti. Nel momento in cui l’adozione diventerà naturale per tutti, chi si sarà mosso prima non avrà un vantaggio: avrà un’organizzazione già rodata, mentre gli altri dovranno partire da zero in tempi stretti.
Muoversi ora, quindi, non serve a inseguire una novità. Serve a sfruttare un periodo in cui gli strumenti sono maturi, il metodo per applicarli è noto e la concorrenza è ancora ferma.
Come si parte quando in azienda nessuno la usa
Se i dati dicono che nella tua azienda l’AI probabilmente non la usa nessuno, il punto di partenza non è la scelta dello strumento, ma una sequenza di tre passaggi.
Primo: scegliere un processo, uno solo. Quello che si ripete ogni settimana e che costa più ore: le risposte alle email dei clienti, la preparazione dei preventivi, la ricerca di informazioni dentro contratti e schede tecniche, il primo filtro delle candidature. Un processo alla volta, misurando quanto tempo costa oggi, prima di introdurre qualsiasi cosa.
Secondo: configurare lo strumento sull’azienda. Un modello generico dà risposte generiche. Lo stesso modello collegato ai tuoi documenti, ai tuoi listini, al tuo modo di scrivere ai clienti diventa utilizzabile da chi non ha mai scritto un prompt. È la differenza tra chiedere aiuto a un consulente che conosce la tua azienda e a uno che la vede per la prima volta.
Terzo: formare le persone che quel processo lo fanno ogni giorno. Non un corso generale sull’intelligenza artificiale, ma due ore sul lavoro specifico che quella persona svolge. È il passaggio che i numeri sull’età rendono obbligatorio: chi ha 55 anni e non ha mai aperto uno di questi strumenti non ha bisogno di una spiegazione su come funziona un modello, ha bisogno di vedere il proprio lavoro fatto in un modo nuovo. Su questo aspetto abbiamo raccolto dati e metodo in un articolo a parte: formazione e persone, il vero moltiplicatore dell’AI.
C’è un motivo in più per procedere in modo ordinato invece di lasciare che ognuno faccia da sé. Quando l’azienda non dà strumenti e regole, chi vuole provare usa il proprio account personale con i documenti aziendali, e i dati dell’azienda finiscono su servizi che nessuno ha valutato. È il fenomeno che abbiamo descritto parlando di shadow AI: il rischio non nasce dall’uso dell’AI, nasce dall’uso non governato.
In sintesi
L’Italia è penultima in Europa per uso dell’intelligenza artificiale tra le persone, e sotto la media europea tra le imprese (Eurostat, dati 2025). Nelle fasce d’età che nelle PMI seguono i processi principali si scende tra il 16,5% e il 10,1%: l’adozione spontanea non arriverà. Le ragioni che gli italiani danno per non usarla sono l’assenza di un bisogno percepito e il non saperla usare; il timore per i dati pesa il 5,5%.
Per una PMI questo significa due cose insieme. Che non basta comprare le licenze e attendere, perché in azienda non c’è nessuno che sappia da dove cominciare. E che chi decide di cominciare adesso lo fa in un mercato in cui quasi nessun concorrente si è mosso.
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