Il sorpasso silenzioso delle PMI italiane sull’AI
Le PMI italiane che usano l’AI sono più che raddoppiate in un anno. E se i tuoi concorrenti non si sono ancora mossi, il ritardo diventa il tuo vantaggio.
Tullio LuongoCEO e co-founder di Plico

C’è un cambiamento in corso nelle piccole e medie imprese italiane, e sta avvenendo senza clamore. Non compare nei titoli dei giornali. Compare nei dati, per chi ha la pazienza di leggerli. Nel 2025 il 15,7% delle PMI italiane usa almeno una tecnologia di intelligenza artificiale; solo dodici mesi prima era il 7,7% (ISTAT 2025). In un anno, la quota è più che raddoppiata.
È un dato che merita di essere letto due volte, perché racconta due cose insieme. La prima: la maggioranza delle PMI italiane ancora non usa l’AI. La seconda, meno ovvia: chi ha cominciato lo ha fatto nello stesso periodo, in una finestra di tempo molto stretta. Quando un numero raddoppia in un anno, il movimento è appena iniziato e sta accelerando. Il margine per muoversi c’è ancora, ma si sta riducendo.
Questo articolo non serve a spaventarti né a insistere sull’urgenza. Serve a mostrarti, con i dati, dove si trova il tuo settore e perché il momento in cui i tuoi concorrenti non si sono ancora mossi è esattamente il momento in cui muoverti conviene di più.
Il mercato cresce, e in fretta
Il mercato italiano dell’intelligenza artificiale vale 1,8 miliardi di euro ed è cresciuto del 50% in un solo anno (Osservatori Politecnico di Milano). È denaro che le aziende investono in strumenti già in uso, perché iniziano a vederne il ritorno.
Ma il dato più interessante non riguarda le aziende, riguarda le persone. Tra i professionisti italiani intervistati da EY, chi dichiara di usare l’AI sul lavoro è passato dal 12% al 46% in un anno (EY Italy AI Barometer 2025, 539 professionisti italiani su un campione europeo di oltre 4.900). È un campione di quadri e dirigenti, non uno spaccato di tutti gli occupati: sulla popolazione italiana nel suo insieme Eurostat misura il 19,9% di utilizzatori. Ma la direzione è quella, e in molti casi la usano senza che l’azienda lo sappia, con strumenti gratuiti, per rispondere a un’email difficile o riassumere un documento lungo.
Le persone, in altre parole, si muovono più in fretta delle aziende. Si crea così una situazione singolare: nella tua impresa qualcuno probabilmente usa già l’AI, ma senza metodo, senza regole condivise, senza collegarla ai processi che contano. Il potenziale c’è già; manca chi lo organizza.
Il problema principale: usarla non basta
Qui arriva il dato che contraddice la lettura più diffusa. Il 42% di chi ha adottato strumenti di AI non vede ancora un impatto reale sul proprio lavoro (ricerca Qonto, maggio 2026, su 1.000 micro, piccole e medie imprese e partite IVA; nello stesso campione il 45% dichiara di usarli). Il 45% convive con il 15,7% rilevato da ISTAT perché le due indagini contano cose diverse: Qonto chiede l’uso di strumenti di AI a un campione che include microimprese e partite IVA, ISTAT misura l’adozione di una tecnologia di AI nelle imprese con almeno dieci addetti. Il dato che conta qui è il secondo numero, non il primo.
Va letto con attenzione: quasi la metà di chi ha adottato l’AI non ne ricava un vantaggio concreto. Non perché lo strumento non funzioni, ma perché è stato soltanto adottato. Si è aperta la chat, si sono provate alcune domande, forse si è attivato un abbonamento per un collega, e tutto si è fermato lì. L’AI è entrata in azienda come curiosità, non come parte di un processo.
Questa è la vera linea di separazione del 2026. Non è più tra chi usa l’AI e chi non la usa: presto la useranno quasi tutti. La linea è tra chi la inserisce nei processi che generano valore (la gestione dei preventivi, le risposte ai clienti, la preparazione dei documenti, il primo filtro sulle richieste) e chi la usa in modo occasionale, senza collegarla al lavoro.
La forbice tra grandi e piccole imprese è la tua occasione
C’è un secondo divario, ancora più netto, ed è quello che dovresti guardare con più attenzione se hai una PMI. In Italia il 71% delle grandi imprese ha avviato almeno un progetto di intelligenza artificiale, contro il 59% dell’anno precedente. Al diminuire della dimensione la sperimentazione cala nettamente: 15% tra le medie imprese, 7% tra le piccole (Osservatori Politecnico di Milano, 2025).
A prima vista sembra una cattiva notizia: le grandi corrono, le piccole restano indietro. Ma la prospettiva si può invertire. Se il 7% delle piccole imprese del tuo settore ha avviato progetti di AI, significa che il 93% non lo ha fatto. Significa che i tuoi concorrenti diretti (le altre aziende della tua dimensione, del tuo territorio, con i tuoi stessi clienti) nella grande maggioranza non si sono ancora mossi.
Non è un mercato maturo in cui si arriva ultimi. Le posizioni sono ancora vicine, e chi si muove adesso acquisisce un vantaggio che in seguito sarà difficile colmare. È il sorpasso silenzioso del titolo: nessuno lo annuncia, ma qualcuno lo sta già facendo.
Lo stesso schema si vede anche fuori dall’Italia. Negli Stati Uniti dichiara di usare l’AI circa il 30% delle imprese con più di 250 addetti, una quota molto più alta di quella delle piccole (Federal Reserve di St. Louis su dati BTOS, 2025). Il divario per dimensione, quindi, è la forma che l’adozione prende quasi sempre, non un’anomalia italiana, e le piccole partono più tardi.
Che cosa cambia, in termini concreti
A questo punto la domanda giusta non è «quanti la usano», ma «che cosa ottiene chi la usa bene». Anche qui i numeri aiutano a distinguere i fatti dalle opinioni. Dalla rassegna degli studi sul campo raccolti da Goldman Sachs Research emerge un guadagno medio di produttività del 23% dove l’AI generativa è realmente in uso.
Vediamo cosa significa nel lavoro quotidiano. Un guadagno di circa un quarto su un’attività non vuol dire licenziare qualcuno. Vuol dire che una persona che oggi passa quattro ore a preparare preventivi ne passa tre, e usa l’ora recuperata per richiamare un cliente o seguire un ordine importante. Vuol dire che le email arretrate smettono di accumularsi il venerdì sera. Vuol dire che il collaboratore più bravo smette di sprecare il suo tempo su lavori ripetitivi che una macchina può preparare al posto suo.
Chi ottiene questi risultati, in genere, ha seguito un percorso ordinato invece di improvvisare:
- Ha scelto un processo alla volta, quello che pesa di più, invece di voler cambiare tutto insieme.
- Ha configurato l’AI sui propri documenti, sul proprio modo di scrivere, sulle proprie regole, invece di usarla senza alcun adattamento.
- Ha misurato il tempo prima e dopo, per capire se il vantaggio era reale o solo percepito.
- Ha coinvolto le persone che quel processo lo vivono ogni giorno, perché sono loro a sapere dove si perde tempo.
È la differenza tra quel 42% che non vede impatto e chi invece ottiene il guadagno di produttività misurato dagli studi: non lo strumento, ma il metodo con cui lo si mette al lavoro.
Le persone: l’ostacolo meno considerato
C’è un ultimo dato che, se guidi un’azienda, non puoi ignorare. Il 64% dei professionisti italiani sta già investendo nella propria formazione sull’AI, in parte privatamente e in parte al lavoro (EY Italy AI Barometer 2025). La disponibilità a imparare, quindi, c’è già.
Quello che manca, spesso, è un contesto aziendale che la indirizzi. E accanto alla curiosità convive il timore per il proprio posto: i tuoi collaboratori possono provare timore e desiderio di imparare nello stesso momento. Se introduci l’AI in silenzio, o peggio lasciando intendere che serve a «fare a meno di qualcuno», la paura vince e il progetto si blocca prima ancora di partire. Se invece spieghi con chiarezza che serve a togliere il lavoro noioso e ripetitivo, non le persone, la curiosità prende il sopravvento e chi è già disposto a formarsi diventa il tuo alleato più prezioso.
Il progetto AI in una PMI è un progetto di persone, di processi e di comunicazione interna, in cui la tecnologia è solo l’ultimo tassello.
Chi trascura questo passaggio si ritrova con uno strumento che nessuno usa. Chi lo cura trasforma il timore in adesione, e l’adesione è ciò che fa la differenza tra un abbonamento sprecato e un vantaggio competitivo.
Perché muoversi ora, senza fretta e senza enfasi
Riepiloghiamo i dati. Le PMI italiane che usano l’AI sono più che raddoppiate in un anno, dal 7,7% al 15,7% (ISTAT 2025). Il mercato cresce del 50% e vale 1,8 miliardi (Osservatori Politecnico di Milano). Ma la sperimentazione strutturata si fermava al 7% delle piccole imprese e al 15% delle medie, contro il 71% delle grandi (Osservatori Politecnico di Milano, 2025), e il 42% di chi la usa non ne ricava ancora nulla (Qonto, 2026). Chi la usa bene, intanto, guadagna in media il 23% di produttività (Goldman Sachs Research).
Il quadro è chiaro, e non richiede allarmismi per essere convincente. Muoversi ora non significa adottare l’ultima novità per timore di restare indietro. Significa approfittare di una finestra precisa: il momento in cui gli strumenti sono maturi, i tuoi concorrenti sono ancora fermi e il metodo per usarli bene è già noto. Non serve essere i più veloci del mercato. Serve essere tra i primi del proprio settore, ed è un traguardo alla portata di qualsiasi PMI che decida di partire con ordine.
Non serve nemmeno una rivoluzione. Si comincia da un processo, quello che assorbe più tempo, e si costruisce da lì. Il resto viene dopo, un passo alla volta, misurando i risultati.
Se vuoi capire da dove partire nella tua azienda, senza gergo e senza impegno, puoi prenotare una call: mezz’ora per guardare insieme i tuoi processi e individuare il primo in cui l’AI può dare un risultato misurabile. E se preferisci farti prima un’idea con calma, abbiamo raccolto tutto il metodo (passo dopo passo, con esempi reali) nella nostra guida gratuita «La guida sull’AI per PMI». Il sorpasso silenzioso è già cominciato, e c’è ancora spazio per chi decide di muoversi adesso.


