AI nelle imprese nel 2026: adozione ovunque, valore in pochi
Nel 2025 usare l’AI non distingue più nessuno: la differenza la fa il metodo. I numeri globali su adozione e ritorno, e cosa significano davvero per una PMI.
Tullio LuongoCEO e co-founder di Plico

Se in questi mesi hai avuto la sensazione che «ormai lo usano tutti», non ti sei sbagliato. L’intelligenza artificiale nelle aziende ha smesso di essere una notizia: è diventata uno strumento ordinario, come lo sono stati la posta elettronica o il gestionale a suo tempo. Il punto è che, quando una cosa la fanno tutti, smette anche di essere un vantaggio. Diventa una condizione di partenza.
Per chi guida una piccola o media impresa, questo cambia la domanda giusta da porsi. Non è più «dovrei provare l’AI?»: quella risposta l’ha già data il mercato. È «come faccio a ricavarne qualcosa di concreto, e non solo a usarla come fanno gli altri?». Dalla differenza tra le due domande dipende la maggior parte del risultato.
I numeri più solidi disponibili sull’adozione dell’AI nel mondo, letti con gli occhi di un titolare che non ha tempo da perdere, dicono che cosa separa le aziende che ne ricavano un utile reale da quelle che, semplicemente, la usano. Quel che le separa è il metodo di lavoro.
L’adozione è diventata la normalità
Partiamo dal dato più netto. Oggi l’88% delle organizzazioni nel mondo usa l’AI in almeno una funzione aziendale; nel 2023 era il 55% (McKinsey, State of AI 2025). Si tratta di un’indagine ampia, quasi duemila aziende in oltre cento paesi, non di una nicchia di startup tecnologiche. In poco più di due anni siamo passati da «poco più della metà» a «quasi tutti».
Il salto è ancora più evidente se guardiamo all’AI generativa in particolare, cioè gli strumenti che producono testo, riassunti, bozze e risposte, come Claude / ChatGPT. Qui il 79% delle organizzazioni la usa in almeno una funzione, contro il 33% di due anni prima: è la curva di adozione più rapida mai registrata per una tecnologia aziendale (McKinsey, State of AI 2025).
Cosa significa in pratica, per te che leggi? Significa che il tempo del «vantaggio del pioniere» è finito. Fino a poco fa, essere tra i primi a usare questi strumenti poteva bastare a distinguersi. Oggi non basta più: il tuo concorrente li sta già usando, il tuo cliente li usa per informarsi, il candidato che vuoi assumere li usa ogni giorno. L’adozione, da sola, non ti mette avanti a nessuno. Ti allinea, e basta.
Questa è una precisazione utile. Elimina l’ansia di «restare indietro sull’AI» (un’ansia che spesso porta a comprare strumenti a caso) e la sostituisce con una domanda più utile: dato che ce l’hanno tutti, cosa ne faccio io che gli altri non fanno?
Il valore, invece, resta di pochi
Qui arriva il dato che dovrebbe interessarti di più, perché è quello che separa l’apparenza dal risultato. A fronte di un’adozione quasi universale, solo il 5,5% delle aziende è oggi classificabile come «high performer»: quelle che attribuiscono all’AI più del 5% del proprio utile operativo: 109 aziende su 1.993 intervistate (McKinsey, State of AI, novembre 2025).
Guarda bene quel confronto: l’88% la usa, il 5,5% ci guadagna in modo misurabile. L’adozione è di tutti, il valore è di pochi. È il divario più importante di tutta la questione, e vale più di qualsiasi titolo entusiasta letto altrove.
L’adozione dell’AI è diventata di tutti. Il ritorno economico, per ora, resta di pochi: la differenza non è nello strumento, ma in cosa ci si costruisce intorno.
Perché succede? Perché avere lo strumento e ottenere un risultato sono due cose diverse. La maggior parte delle aziende ha «acceso» l’AI (un abbonamento, qualche persona che la usa quando le è utile), ma non ha cambiato nulla nel modo in cui lavora. La spesa c’è, il risultato no.
Il 5,5% che ottiene un ritorno vero, invece, ha fatto un lavoro diverso. Non ha comprato uno strumento migliore: usa la stessa AI di tutti. Ha ridisegnato uno o più processi intorno allo strumento, e ha deciso in anticipo cosa voleva misurare. Ci torniamo tra poco, perché è il cuore della questione.
Perché la maggior parte si ferma alla superficie
Nelle PMI il motivo è quasi sempre lo stesso, ed è comprensibile: manca il tempo. Il titolare prova lo strumento, vede che «funziona», lo consiglia al team, e lì il percorso si ferma. Nessuno ha il tempo di sedersi e chiedersi quale attività, fatta da chi e quante volte al mese, vale la pena di riorganizzare. Così l’AI resta un aiuto occasionale: utile, ma invisibile nei conti di fine anno.
Il salto di qualità non richiede più budget o più tecnologia. Richiede di scegliere un processo concreto (la risposta alle email dei clienti, la preparazione dei preventivi, il primo filtro dei curriculum) e di ripensarlo da capo mettendo lo strumento al centro di quel flusso, non a lato.
Quando è fatto bene, il ritorno c’è (e si misura)
L’AI rende, a chi la usa nel modo giusto. E quando l’implementazione è fatta bene, il ritorno è concreto e quantificabile: in media 3,70 dollari per ogni dollaro investito in AI generativa (IDC, AI Opportunity Study commissionato da Microsoft, 2024, su oltre 4.000 decisori aziendali).
Fai attenzione alla condizione, perché è decisiva: «quando l’implementazione è fatta bene». Quel ritorno è il risultato di un progetto pensato: un processo scelto, riorganizzato, misurato. Un abbonamento attivo, da solo, non lo produce. Quel 3,70 è la fotografia del 5,5% che ci riesce, non della media di chi si limita ad accendere lo strumento.
La conclusione per una PMI è rassicurante: non devi inseguire lo strumento più nuovo, né spendere cifre importanti, né assumere un data scientist. Devi fare ciò che sai già fare: osservare un processo del tuo lavoro e chiederti come renderlo più efficiente, questa volta con uno strumento che hai già a disposizione.
Cosa fanno di diverso le aziende che ci guadagnano
Se mettiamo insieme i dati, emerge un profilo abbastanza chiaro di chi ottiene risultati. Non hanno strumenti migliori: hanno un metodo. E il metodo, a differenza dello strumento, è alla portata di chiunque abbia voglia di dedicargli qualche ora di attenzione.
Ecco cosa cambia, in concreto, tra chi usa l’AI e chi ci guadagna:
- Partono da un processo, non da uno strumento. Non chiedono «cosa posso fare con l’AI?», ma «quale attività ripetitiva mi pesa di più?», e solo dopo scelgono lo strumento.
- Definiscono un obiettivo misurabile prima di iniziare. Ore risparmiate a settimana, tempo di risposta a un cliente, numero di preventivi evasi. Se non si misura, non si capisce se ha funzionato.
- Riorganizzano il flusso, non aggiungono un passaggio. L’AI sostituisce o accorcia una fase esistente; non diventa l’ennesima cosa da fare in più.
- Coinvolgono chi fa il lavoro. Chi conosce il processo sa dove sono gli attriti veri: è lì che lo strumento rende, non dove lo immagina il titolare.
- Iniziano da un caso solo e lo fanno funzionare. Un processo curato bene vale più di dieci esperimenti lasciati a metà.
Nessuna di queste voci parla di tecnologia. Parlano di organizzazione, di misura, di scelte. È esattamente il tipo di lavoro che un titolare sa fare, solo applicato a un terreno nuovo.
Perché muoversi ora, con equilibrio
Arriviamo al punto del tempismo, che va detto senza esagerazioni. Non ti prometteremo una rivoluzione, né che «chi non si muove oggi è finito». Sarebbe un’esagerazione, e i numeri non la autorizzano. Quello che i numeri dicono è più sobrio, e più utile.
Dicono che l’adozione è ormai la norma: aspettare non ti mette in una posizione di vantaggio, semmai ti allinea in ritardo. E dicono che il valore, ad oggi, lo ottiene una minoranza, il che significa che lo spazio per distinguersi c’è ancora, proprio perché la maggior parte si è fermata alla superficie. Questa è la finestra, e oggi è ancora aperta.
Muoversi ora vuol dire una cosa molto pratica: dedicare qualche ora a scegliere un processo, misurarlo, e provarci con metodo, mentre i tuoi concorrenti sono ancora fermi al «lo usiamo un po’ tutti». Non serve un grande piano. Serve un primo caso fatto bene, con un numero da guardare alla fine per sapere se ha funzionato.
E vuol dire anche accettare che qualcosa potrebbe non funzionare al primo tentativo. È normale: il metodo serve proprio a scoprirlo in fretta e a basso costo, su un processo alla volta, invece di indovinare. Chi ottiene quel 3,70 di ritorno non ci è arrivato al primo tentativo: ci è arrivato misurando.
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